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Si dividono la crisi


Licenziamenti evitati Orario e stipendio ridotto ma salvano il posto di lavoro.

Sigliati i primi contratti. Le prime sono state le imprese tessili, ma piano piano i contratti di solidarietà si stanno allargando anche ad altri settori Pistoia, 30 settembre 2009 – «Lavorare meno, lavorare tutti». Lo slogan degli anni «caldi», l’utopia sbocciata col Sessantotto, diventa realtà qualche decennio dopo grazie ai «contratti di solidarietà». Uno strumento non nuovo (la Volkswagen vi fece ricorso nel 1994) ma che oggi — di fronte a una crisi che ogni giorno travolge aziende ed evoca il terremoto economico del ’29 — viene applicato sempre più spesso. Le prime sono state le imprese tessili, settore in cui le riforme contrattuali hanno trovato da sempre terreno fertile grazie ai buoni rapporti tra sindacati e imprese. Ma piano piano i contratti di solidarietà si stanno allargando anche ad altri settori. Il principio su cui si applicano è semplice: i dipendenti di fatto si dividono la crisi lavorando meno, per evitare i licenziamenti. Le aziende sono spinte a ricorrere a questi contratti grazie agli sgravi sui contributi. Così anche a Pistoia ci sono i primi casi di contratti di solidarietà. La prima a firmarne uno è stata la Geal di Agliana, quindi la Nieri Legno di Quarrata e, ultima in ordine di tempo, la cooperativa nata dalle ceneri della Micronix. «Dovrebbero essere lo strumento principe per risolvere le crisi aziendali», dice Valter Bartolini, sindacalista della Cgil, soddisfatto che la «novità» cominci a far breccia tra aziende e lavoratori. Non sempre infatti il contratto di solidarietà trova terreno fertile. «Talvolta — aggiunge Bartolini — ci si ferma anche di fronte a ostacoli per così dire culturali, ideologici, tanto è vero che in un’azienda quarratina non siamo riusciti a farlo: la maggioranza dei dipendenti, in assemblea, ha votato contro. Ma anche da parte delle associazioni imprenditoriali si incontrano talvolta resistenze». I vantaggi per le aziende non si limitano all’abbattimento sui contributi (dal 25% al 35% sulle ore lavorate). L’impresa ha infatti modo di conservare idee e professionalità che andrebbero viceversa perdute con i licenziamenti, come aveva fatto capire dopo la firma dell’accordo Eugenio Giusti della Geal di Agliana, azienda chimica che opera nel settore del legno, in cui i 27 addetti lavorano dal 15 al 40 per cento in meno con una riduzione dello stipendio intorno al 20%. L’impresa paga le ore lavorate, l’Inps e il fondo regionale arrivano a coprire fino all’80% di quelle non lavorate. In questo modo viene ridotto al minimo anche il sacrificio in busta paga. Alla ex Micronix (azienda comunque in salute, come le altre due), che occupa quasi una ventina tra ingegneri e informatici, la riduzione d’orario è limitata (8 ore settimanali). Qui il contratto di solidarietà è in fondo il semplice proseguire una strada di condivisione dei sacrifici già tracciata, visto che l’impresa è nata come cooperativa tra gli ex dipendenti della Micronix. «Un altro aspetto importante — dice Bartolini — è la durata di questi contratti, che è di 24 mesi e possono essere rinnovati per altri dodici. Un aspetto, questo della durata, vantaggioso anche rispetto al ricorso alla cassa integrazione, soprattutto di fronte a una crisi come quella che stiamo vivendo, che si prospetta lunga e complicata». Il sindacato ribatte sui vantaggi anche per le aziende: «Conservano le professionalità al loro interno e sono pronte a ripartire a pieno ritmo, mettendo da parte il contratto di solidarietà, ai primi segnali di ripresa». I numeri in crescita (413 le richieste giunte al ministero del lavoro da gennaio a giugno, mentre in tutto il 2008 i contratti erano stati meno della metà) hanno spinto il governo a stanziare altri fondi, portando la copertura da 5 a 40 milioni di euro. Di recente anche la Regione Toscana ha raddoppiato il fondo, portandolo a due milioni di euro. Su questo fronte il sindacato lancia una proposta: «Siccome dal 1 luglio la copertura da parte dell’Inps arriva già all’80% delle ore non lavorate (prima si fermava al 60% e veniva integrata da fondi regionali o territoriali, come l’Ebret toscano o il Fila a Pistoia), allora sarebbe opportuno — sottolinea Bartolini — che il fondo regionale venisse dirottato per intero sui contratti di solidarietà di tipo B, vale a dire quelli rivolti alle imprese più piccole, scoperte sul fronte degli ammortizzatori sociali. Sarebbe una boccata d’ossigeno davvero importante pe questa vasta platea di aziende e di lavoratori».

 S.Vet.

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30 settembre 2009 - Posted by | Articoli, Economia, Lavoro | , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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