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Call center a un punto di non ritorno? I sindacalisti Miceli, Di Cola e Ferlinghetti lanciano l’allarme


A volte rappresentano l’ultima spiaggia, l’approdo dove pescare uno stipendio altrimenti introvabile. Ma i call center hanno portato, sia pure con modalità talvolta discutibili, sollievo a territori afflitti da storiche sofferenze occupazionali. Il loro modello sembra però in crisi, stritolato da violenti ribassi negli appalti, avvelenato da sfruttamento degli addetti, spinte alla delocalizzazione, ricatti occupazionali e dichiarazioni di fallimento. I casi più eclatanti sono quelli di Phonemedia e Omnia Network, con migliaia di lavoratori senza retribuzione e in bilico sul precipizio della disoccupazione, ma emergono nuove ombre e il sindacato è preoccupato. Per Emilio Miceli, segretario nazionale della Slc-Cgil, si rischia di “arrivare a un punto di non ritorno” se non si trasforma quella del settore in “vera attività industriale”.

“Ci sono difficoltà in tutti gli outsourcer, sia tra quelli solidissimi che – ovviamente – tra quelli deboli, con il rischio che ai casi citati ne seguano altri, con un effetto catastrofico sul comparto”, spiega il leader sindacale. Troppi sono ancora i casi di lavoratori costretti a operare in locali angusti, senza contributi e, spesso, senza stipendio. Mentre l’andazzo generale mette in difficoltà anche i “virtuosi” che applicano contratti regolari e offrono servizi di qualità. Una quindicina, secondo fonti sindacali, sulle 50 società presenti sul mercato italiano con oltre 50 mila addetti.

Miceli: “Un punto di equilibrio per evitare il tracollo” – Alcuni imprenditori dei call center si sono buttati sul settore per fare soldi in fretta e, quando le cose hanno cominciato ad andar male, hanno chiuso i battenti, lasciandosi dietro macerie e disoccupazione. Adesso è necessario “stabilire un punto di equilibrio per evitare il tracollo”. Il primo requisito, per il segretario del SLC, è però che “l’abbassamento violento dei prezzi” nelle gare d’appalto non conduca a “condizioni di dumping o a lavoro sottocosto”. Per questo servono regole certe, altrimenti – afferma Miceli – sarà “una frana per la qualità dei servizi, per i lavoratori ma anche per le imprese”.

Ferlinghetti e Di Cola: serve un patto – Sulla stessa scia il segretario nazionale della Fistel-Cisl Tomasino Ferlinghetti, e quello generale della Uilcom Bruno Di Cola.”Diciamo che in linea di massima la bomba è esplosa con Phonemedia e Omnia, per colpa di protagonisti dotati di poca etica industriale, Altri call center vanno però avanti nonostante la corsa al ribasso”, spiega il responsabile sindacale. “La crisi ha toccato le telecomunicazioni e le imprese intervengono sui costi cercando di ricontrattare i contenuti con le aziende di outsourcing – incalza Di Cola – ma a certe condizioni si possono prevenire molti danni”. Bisogna mettere mano al settore, stringere un patto tra aziende, sindacati, ministero del lavoro, e dotarsi di regole precise, cercando magari di “intervenire sull’Irap”, visto che in questa tipologia aziendale, il lavoro incide per il 75% sui costi industriali. Altrimenti secondo i tre leader sindacali, dopo aver imposto la stabilizzazione di 50 mila persone con la circolare Damiano, “rischiamo di mandarne a casa 200 mila”. Si deve “intervenire – sottolinea Di Cola –perché, al di là di tutto, nei call center i giovani hanno ancora possibilità di inserimento e possono guardare nel frattempo ad altri campi”. Ma ci sono altre realtà pronte ad esplodere? “Pericoli ce ne sono – conferma Ferlinghetti – perché anche i grossi committenti, da Vodafone a Telecom, hanno giocato al ribasso”.

Indispensabile il rinnovo degli incentivi – Quelli dei Call Center sono posti di sovente esposti alla precarietà. Al Sud hanno spesso trovato però stabilizzazione in virtù delle agevolazioni concesse dallo Stato. Ma cosa accadrà se – come evidenzia Miceli – gli “incentivi in scadenza non saranno rinnovati?” La situazione potrebbe divenire drammatica e si rischierebbe di causare una frana disastrosa. E’ indispensabile quindi rinnovare gli incentivi, favorendo le aziende “virtuose” e agevolando il passaggio dei lavoratori espulsi dalle cosiddette imprese riders in modo da offrire loro un contratto serio”.

Nel Mezzogiorno ci sono in linea di massima le condizioni più delicate. Avendo barattato l’assunzione a tempo indeterminato con i benefici fiscali e altro, le aziende sostengono spesso costi più alti e con margini di guadagno più risicati, perché il valore delle commesse si è abbassato. “Così ora – nota Ferlinghetti – finita la manna in Calabria, Puglia e Campania, molti potrebbero chiudere e spostarsi altrove”. Comportamento senza etica né responsabilità, ma non infrequente. “Io comunque vedo il bicchiere mezzo pieno, nonostante le difficoltà – confessa il segretario della Fistel Cisl – a patto di rimboccarsi tutti le maniche per venirne fuori”.

Escludere chi non rispetta le regole – Nel rispetto della legalità, ovviamente. “Chi fa gli appalti – precisa al proposito Di Cola – è ovvio voglia guadagnare, ma se si va al ribasso senza regole, se si consente alle aziende che non rispettano le norme di partecipare alle gare, non c’è storia: siamo alla legge della giungla”. Per questo il sindacato chiede un tavolo per trovare soluzioni, perché se le parti dialogano con senso di responsabilità, “e il ministero fa i provvedimenti necessari, prevedendo anche ammortizzatori sociali in deroga per superare i momenti di crisi”, questo difficile momento “si può governare”. Nessuno del resto può parlare di assistenzialismo, visto che “certi interventi vengono fatti anche in altri settori”. Senza contare che gli incentivi che hanno sostenuto i call center ci sono stati sia al Sud che (al 50%) al Nord. Nel Mezzogiorno in modo particolare, si tratta tuttavia di rinnovarli per “superare la nottata”, salvaguardando i posti di lavoro. Poi si vedrà. “Altrimenti si rischia di mettere fuori dal mercato decine di imprese e decine di migliaia di lavoratori”, chiarisce Miceli. Un prezzo che l’Italia, in questo momento, non può certo permettersi di pagare.

Impedire ai filibustieri di lucrare – Senza dimenticare, in ogni caso, di impedire ai filibustieri di turno di lucrare sulla pelle dei lavoratori, arraffando i soldi pubblici. “Com’è successo in casi anche recenti – fa notare Bruno Di Cola – quando pretesi imprenditori hanno comprato le aziende, sono andati al Sud per intascare i contributi e poi hanno smobilitato in gran fretta”. Bisogna, insomma, vigilare e far rispettare le regole, per guardare al futuro dei call center con ottimismo.

articolo originale :

http://notizie.tiscali.it/articoli/economia/10/02/09/intervista-callcenter-dicola-ferlinghetti-miceli.html

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21 aprile 2010 - Posted by | Articoli, Lavoro | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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