Casalieri's Blog

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Per non dimenticare

 

L’America ricorda l’11 settembre
Obama: “La lotta ad Al Qaeda continua”

Il presidente Usa ricorda le 3000 vittime degli attacchi contro le torri gemelle di 8 anni fa con un intervento al Pentagono. A New York il suo vice Joe Biden

 267351-obamacasabianca11settembreWashington, 11 settembre 2009 – Alle 8.46 in punto, le 14.46 italiane, nel momento esatto in cui l’11 settembre di otto anni fa il primo dei due aerei dell’ attentato alle Torri Gemelle di New York si abbatteva sulla Torre nord, alla Casa Bianca e in molti altri luoghi simbolici dell’America e’ stato osservato un minuto di silenzio.
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, la moglie Michelle e tutto lo staff della Casa Bianca, si sono raccolti nel giardino sud di Pennsylvania Avenue 1600 in un gesto simbolico a ricordo della tragedia.  

Gli anni che passano non possono lenire il dolore per gli attacchi dell’11 settembre e per questo gli Stati Uniti “non avranno mai esitazioni nella lotta contro al Qaeda”. Così Barack Obama nel suo discorso in occasione della cerimonia di commemorazione delle vittime al Pentagono.

 “Restare uniti nel dolore e nell’impegno a essere vicini l’una all’altro: è la più grande lezione che abbiamo imparato da questa giornata”, ha aggiunto il presidente statunitense, “che deve diventare un momento di virtù attraverso l’eredità luminosa che le vittime ci hanno lasciato nell’oscurità di questi giorni. Essi ci chiedono di restare uniti e questo vale oggi e varrà per tutti gli altri 11 settembre”.

Il vice presidente Joe Biden, insieme a sua moglie Jill, stanno prendendo parte alla cerimonia ufficiale di New York a Ground Zero dove i lavori per il nuovo World Trade Center e quelli per la realizzazione di un monumento sono ancora in stallo. Il sindaco della Grande mela, Michael Bloomberg, sarà presente all’evento in cui saranno letti i nomi delle persone rimaste uccise.

La vigilia della ricorrenza è stata animata ieri dalla pubblicazione di foto inedite di Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente degli attentati e detenuto a Guantanamo in attesa che riprenda il processo. Mohammed appare provato, ha la barba lunga e indossa una tunica bianca. Le recentissime immagini (alcune risalgono appena a luglio), le prime del superterrorista dopo quella che lo ritrae subito dopo la cattura in Pakistan nel 2003, erano state spedite dalla Croce Rossa internazionale ai familiari ma non sarebbero dovute circolare.

 I siti islamici ne sono venuti in possesso e le hanno pubblicate e ora potrebbe accendersi una polemica sulla decisione assunta a febbraio dal Pentagono di autorizzare la Croce Rossa a far scattare foto dei detenuti di Guantanamo spedire alle famiglie.

 Sempre ieri il Congresso ha reso omaggio ai 44 passeggeri del volo 93 della United Airlines precipitato in Pennsilvania che con la loro rivolta a bordo impedirono che l’aereo si schiantasse su Capitol Hill. “Non solo salvarono un numero incalcolabile di vite, ma evitarono anche la distruzione del Campidoglio”, recita una targa rossa scoperta in vista dell’ottavo anniversario.
I lavori di ricostruzione a Ground Zero sono stati rallentati in questi anni da battaglie finanziarie e legali con i costruttori, oltre che dalla crisi finanziaria e dal crollo del mercato immobiliare. Uno dei motivi dello stallo è l’insistenza della Port Authority e di Larry Silverstone, uno dei costruttori, per ripristinare gli uffici e i negozi del vecchio World Trade Center. Teoricamente sono stati progettati quattro nuovi grattacieli, un parco con cascate e un monumento nel mezzo, e una linea di trasporti pubblici progettata dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, tutto da terminare entro il 2013. Ma molti pensano che il mercato attuale non sia pronto per la ricostruzione degli edifici, di cui uno, chiamata ‘Freedom Tower’, sarà della misura delle vecchie Torri Gemelle, ma con un’antenna molto più alta. Questi ritardi, ha avvertito Bloomberg, potrebbero “mettere in pericolo” il ruolo di New York come capitale finanziaria.

 

 

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Eravamo sulla spiaggia io e mia moglie quando alla radio di un vicino di ombrellone sentimmo la notizia del primo attacco alle torri gemelle newyorkesi quelle stesse torri che negli anni passati avevamo visitato più volte,  increduli ci preparammo per il ritorno verso casa dove ancora più increduli assistemmo a tutto il seguito degli attacchi terroristici.

Di seguito un’articolo trovato sul web :

http://undicisettembre.blogspot.com/2008/09/l11-settembre-in-cifre.html

11-9: facciamo il punto sulle “zone grigie”

di John – http://www.crono911.org

L’11 settembre 2009 segna l’ottavo anniversario del più sanguinoso attentato terroristico della Storia, che ha portato via per sempre le vite di tremila civili innocenti e di decine di migliaia di altri uomini, donne e bambini vittime delle guerre scatenate in conseguenza di quell’evento.

Lo ricordiamo, a beneficio dei tanti giovanissimi che non hanno vissuto consapevolmente quella tragedia.

Un gruppo di terroristi suicidi – organizzati e finanziati da Khalid Sheikh Mohammed, affiliato a Osama bin Laden nell’ambito della rete terroristica di matrice integralista islamica nota con il nome di al-Qaeda – entrò regolarmente negli Stati Uniti. Alcuni di loro frequentarono regolarmente le scuole di volo private di quella nazione e conseguirono regolari brevetti di abilitazione al pilotaggio.

La mattina dell’11 settembre del 2001 i terroristi salirono a bordo di quattro aerei di linea delle compagnie American e United, ne presero il controllo dopo aver soppresso l’equipaggio, e pilotarono tre di essi contro le Twin Towers a New York e contro il Pentagono a Washington, colpendoli prima che l’aviazione militare riuscisse a intercettarli.

Il quarto aereo, in rotta verso Washington, precipitò in una campagna in Pennsylvania in seguito alla ribellione dei passeggeri.

Le Twin Towers, a causa dei danni strutturali subiti e degli incendi sviluppatisi, collassarono provocando la distruzione dell’intero World Trade Center.

Questi eventi si svolsero sotto gli occhi di migliaia di testimoni: l’impatto del volo United 175 contro la South Tower e il crollo dei due grattacieli furono ripresi in diretta dalle telecamere di numerosi network d’informazione.

Nei giorni seguenti si resero disponibili alcuni filmati girati da operatori privati che avevano ripreso l’impatto del primo aereo, American 11, contro la North Tower e un po’ di tempo dopo il Pentagono rilasciò le immagini dell’impatto del volo American 77, riprese da un paio di telecamere di sicurezza.

Da tutti gli aerei dirottati, passeggeri e assistenti di volo riuscirono a mettersi in contatto telefonico con parenti, conoscenti, addetti ai servizi di terra: grazie a queste telefonate abbiamo un’idea abbastanza chiara di quanto accadde su quei voli.

Nei mesi successivi gli Stati Uniti avviarono una campagna di guerra globale contro il terrorismo, attaccarono l’Afghanistan e distrussero le basi logistiche che al-Qaeda vi aveva impiantato, invasero l’Iraq e spazzarono via il regime di Saddam Hussein, sospettato di aiutare il terrorismo internazionale e di sviluppare armi di distruzione di massa, catturarono centinaia di presunti affiliati ad al-Qaeda e li reclusero nella base militare di Guantanamo, dove è stato allestito un tribunale militare per processarli.

Ecco, questi in sintesi sono i fatti, così come sono conosciuti dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Infatti, di fronte a un avvenimento così ampiamente documentato da testimonianze e servizi televisivi, la gente comune non si sofferma negli approfondimenti e non segue più di tanto le inchieste e le indagini che cercano di far luce sui dettagli e i particolari della lunga sequenza di eventi che ha portato alla tragedia finale.

Per esempio, quasi tutti ricordano la strage di Nassiriya, che costò la vita a molti militari italiani, ma ben pochi conoscono i retroscena di quella strage e in tanti non sanno che perirono anche 9 iracheni e che tra i 19 italiani c’erano anche due civili, tra cui il regista di una troupe televisiva che era lì per girare un servizio.

Ecco allora che sfruttando la sommarietà delle informazioni conosciute dalla gente comune, è piuttosto facile insinuare dubbi e proporre teorie alternative: potremmo insinuare che il vero obiettivo della strage era il regista, che nessuno ha mai scoperto i mandanti, che nessun responsabile ha pagato… sarebbero tutte falsità che apparirebbero verosimili.

Questa è appunto la tecnica dei complottisti, troppo spesso favorita dalla semplificazione e superficialità con cui i giornalisti riportano le notizie, dalla ritrosia delle autorità a rendere pubblico tutto il materiale documentale acquisito nel corso delle indagini, dall’imprecisione delle testimonianze oculari e dalla difficoltà di comprendere questioni tecniche che richiedono competenze estremamente specifiche.

L’incompleta o inesatta conoscenza dei fatti spesso moltiplica irragionevolmente quelle che noi chiamiamo “zone grigie”, ossia quei fatti e quegli aspetti poco chiari di una vicenda, generalmente presenti in eventi drammatici e complessi.

Per esempio, nelle settimane successive agli attentati era ragionevole chiedersi come fossero riusciti i passeggeri dei voli dirottati a utilizzare i propri telefonini cellulari a quote e velocità elevate, così come riportavano quasi tutti i media. C’era chi – anche tra noi “debunker” – cercava di capire se sarebbe stato fisicamente possibile effettuare quelle telefonate e non mancarono studiosi e commentatori che fecero test reali a bordi di aerei in volo.

Ebbene, quella zona grigia non esisteva: in realtà tutte le telefonate dei passeggeri furono effettuate utilizzando i telefoni di bordo appositamente progettati per funzionare in quelle condizioni, tranne una o due chiamate in cui furono sì utilizzati i telefonini personali, ma a quote e velocità compatibili e in prossimità di ripetitori a terra.

E ancora, tutti i giornali scrissero che i dirottatori erano armati di semplici taglierini, alimentando così i dubbi sulla capacità di prendere il controllo di un aereo e uccidere i piloti usando simili attrezzi. In realtà le trascrizioni e le registrazioni delle telefonate da bordo hanno poi dimostrato che su tutti gli aerei i dirottatori erano armati di coltelli e spray irritanti. Solo in un caso si parlava anche di taglierini.

Così, le dichiarazioni del ministro dei trasporti Mineta che affermava di aver sentito nel bunker della Casa Bianca una specie di conto alla rovescia sull’avvicinamento del volo American 77 prima che si schiantasse contro il Pentagono, offrirono la spalla a chi sosteneva che quel volo fosse stato lasciato passare indisturbato attraverso le maglie della difesa aerea. Invece documenti e registrazioni dimostrano che Mineta attribuì al volo 77 una sequenza che era propria del volo United 93, che i caccia erano autorizzati ad abbattere.

E che dire dei dati sugli ultimi secondi di volo estrapolati dalla “scatola nera” di American 77, del tutto incompatibili con l’orografia del terreno sorvolato in quel momento? Dopo anni di feroci dibattiti si è accertato che quei dati non coprono affatto gli ultimi secondi di volo dell’aereo, che la scatola nera non è riuscita a memorizzare, e sincronizzandoli correttamente al tempo reale corrispondono perfettamente all’orografia del terreno effettivamente sorvolato.

E per concludere, ma di esempi se ne potrebbero citare ancora decine, per anni si è sostenuto – anche sui media – che un passeggero di United 93 vide del fumo uscire dall’aereo prima dello schianto. La circostanza deponeva in favore di chi sosteneva la tesi dell’abbattimento. Ma una volta diffusa la registrazione della telefonata fatta da quel passeggero, si è scoperto che non aveva mai parlato di fumo: la circostanza era stata inventata di sana pianta.

In effetti, la discovery di atti e documenti è stata tutt’altro che rapida e prosegue ancora oggi.

Soltanto nel 2004, tre anni dopo la tragedia, è stato pubblicato il Rapporto della Commissione d’inchiesta sui fatti dell’11 settembre. E soltanto negli anni successivi sono stati pubblicati i rapporti tecnici definitivi sui collassi delle Twin Towers e tutti i documenti che erano stati mantenuti segreti prima della conclusione del processo contro Zacarias Moussaoui.

Attraverso la procedura FOIA (una normativa americana che consente a chiunque di accedere ai documenti custoditi dagli enti pubblici, a patto che la richiesta sia indirizzata esattamente all’ufficio che ha la materiale disponibilità di quei documenti e che non vi siano esigenze di segretezza), numerosi studiosi hanno poi ottenuto una gran mole di documentazione: rapporti dell’NTSB, rapporti della FAA, registrazioni delle “scatole nere”, tracciati radar, perfino gran parte degli atti di indagine espletati dall’FBI.

Di recente l’intero archivio della Commissione d’Inchiesta è stato diffuso al pubblico, e si sono resi disponibili migliaia di ulteriori documenti (compresa la corrispondenza dei membri dei vari staff investigativi) che probabilmente richiederanno anni per essere accuratamente analizzati.

Anche le dichiarazioni rese da Khalid Sheikh Mohammed e altri complici catturati e trasferiti a Guantanamo sono oggi di pubblico dominio.

La copertura mediatica, l’importanza dell’evento e le norme americane che regolano la diffusione di atti e documenti di enti e agenzie pubbliche, fanno dell’11 settembre 2001 la tragedia più documentata di tutti i tempi.

A tutto ciò va poi aggiunto il lavoro – spesso sconosciuto al grande pubblico – dei reporter investigativi che ci hanno consegnato approfondimenti, testimonianze e ricerche pubblicati in numerosi e corposi volumi fitti di preziose informazioni.

Si può ancora parlare, quindi, dell’esistenza di “zone grigie”?

Se per “zone grigie” intendiamo i temi tanto cari ai complottisti, sicuramente no. Non c’è alcun aspetto, alcun elemento, alcun indizio che possa anche solo lontanamente insinuare dubbi su quanto è successo e sulla responsabilità degli attentati.

La cosiddetta “versione ufficiale” (un termine del tutto improprio, giacché i fatti dell’11 settembre sono di pubblico dominio e non sono certo una versione contenuta in qualche velina governativa) è quella corretta ed è confermata da una miriade di fonti indipendenti.

Se per “zone grigie” intendiamo invece aspetti e circostanze particolari a margine degli eventi principali, che non li mettono in discussione ma che possono servire a completare del tutto alcuni dettagli, un po’ come piccolissimi tasselli mancanti ai bordi di un gigantesco puzzle ormai completamente ricostruito, allora la risposta è: sì, c’è ancora qualche zona grigia.

Per esempio, non abbiamo certezza sul ruolo che avrebbe dovuto avere Zacarias Moussaoui – l’aspirante dirottatore arrestato pochi giorni prima degli attentati mentre si addestrava in una scuola di volo americana – nell’ambito dell’operazione terroristica. Doveva sostituire il 20° dirottatore che non era riuscito a entrare negli Stati Uniti? Era un pilota di riserva? Doveva partecipare a una seconda ondata di attentati o pilotare un quinto aereo?

Certo, sul punto abbiamo le dichiarazioni (peraltro contrastanti tra loro) dello stesso Moussaoui e quelle del suo “mandante” Khalid Sheikh Mohammed, ma nessun riscontro documentale.

Non sappiamo con sicurezza se quella mattina ci fossero altri aerei su cui erano imbarcati altri dirottatori pronti a entrare in azione, che però rimasero bloccati a terra per l’interruzione di tutti i voli sullo spazio aereo americano. Alcune testimonianze potrebbero far pensare alla presenza di un quinto aereo, ma non ci sono riscontri oggettivi che consentano di confermarle o di smentirle, e le dichiarazioni dei terroristi catturati non bastano ad escludere questa possibilità.

Non conosciamo le ragioni per cui Atta e Al-Omari si spostarono da Boston a Portland il 10 settembre 2001, per poi tornare in volo da Portland a Boston la mattina seguente rischiando di perdere l’imbarco sul volo American 11, né gli esperti hanno reso note ipotesi verosimili che spieghino questo comportamento.

Non disponiamo di elementi oggettivi che ci consentano di comprendere le ragioni del comportamento di Jarrah, il pilota suicida del volo United 93. Il suo team di dirottatori entrò in azione con notevole ritardo rispetto al momento in cui l’aereo aveva raggiunto la quota di crociera, e il transponder non fu spento tempestivamente. Jarrah fece poi schiantare l’aereo in un posto desolato anziché contro un qualsiasi obiettivo civile situato nei paraggi e riaccese il transponder una manciata di secondi prima dell’impatto. Perché?

Alcuni elementi acquisiti nel corso delle indagini legittimano il sospetto che Hani Hanjour possa aver beneficiato di consigli e lezioni di pilotaggio da parte di almeno un pilota esperto di voli di linea, ma non sono mai emersi riscontri oggettivi che consentano di confermare o escludere definitivamente questa eventualità.

La sorte dei rottami appartenenti ai quattro voli e recuperati nel corso delle operazioni di rimozione delle macerie è nota ma non completamente documentata. Fonti giornalistiche hanno riferito che i rottami del volo United 93 sono stati preservati in ricordo dell’eroismo dei passeggeri, quelli degli altri velivoli sono stati restituiti alle compagnie aeree. La documentazione relativa a questi passaggi non risulta però mai divulgata.

Numerosi elementi lasciano ritenere che esista una grandissima quantità di materiale video e fotografico (principalmente in relazione alle operazioni di soccorso e recupero) che non è mai stata pubblicata. Parte di questa documentazione è custodita da enti pubblici, parte da soggetti privati intervenuti a vario titolo sui luoghi degli schianti. Non è chiaro se e quando questo materiale sarà diffuso pubblicamente, ma esso potrebbe fornire utili indicazioni (soprattutto con riferimento ad American 77) per ricostruire il comportamento strutturale dei velivoli al momento dell’impatto e per studiare la proiezione dei rottami e i suoi effetti.

Quali furono le valutazioni che portarono alla decisione di autorizzare l’abbattimento degli aerei di linea dirottati, e perché questa decisione non fu presa tempestivamente ma soltanto dopo il collasso della South Tower?

Se il volo United 93 non si fosse schiantato a causa della ribellione dei passeggeri, il velivolo avrebbe effettivamente colpito Washington D.C. (come sostiene la Commissione d’Inchiesta) o sarebbe stato abbattuto dai caccia inviati a proteggere la capitale (come sostiene l’USAF)?

Queste tematiche sono un esempio delle “zone grigie” che presentano interessanti e significativi margini di approfondimento, utili a chiarire alcuni dettagli di natura storica o tecnica.

Su questi punti intendiamo proseguire le nostre analisi e ricerche, anche con la collaborazione dei lettori seriamente interessati, attraverso una serie di articoli dedicati.

Il debunking in senso stretto, infatti, ha ormai ampiamente sepolto sotto tonnellate di fatti documentati tutte le variegate teorie complottiste e le loro innumerevoli variazioni. Non smetteremo di occuparcene, ma vorremmo mettere a frutto l’esperienza acquisita per dare un ulteriore contributo alla completa conoscenza storica e tecnica di un evento che ha cambiato le vite di tutti noi.

 

Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il fungo atomico di “Fat Man” su Nagasaki raggiunse i 18 km di altezza

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki in Giappone furono due attacchi nucleari operati sul finire della Seconda guerra mondiale.

Il mattino del 6 agosto 1945, l’Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomicaLittle Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki. Il numero di vittime dirette è stimato da 100.000 a 200.000[1], la maggior parte delle quali civili. Per la gravità dei danni diretti ed indiretti causati dagli ordigni, e per il fatto che si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, i due attacchi atomici vengono considerati fra gli episodi bellici più significativi dell’intera storia dell’umanità.

Il ruolo dei bombardamenti nella resa dell’Impero giapponese, così come gli effetti e le giustificazioni, sono stati oggetto di innumerevoli dibattiti. Negli Stati Uniti prevale la convinzione che i bombardamenti atomici siano serviti ad accorciare la Seconda guerra mondiale di parecchi mesi, risparmiando le vite di milioni di soldati (sia alleati sia giapponesi) e di civili, destinati a perire nelle operazioni di terra e d’aria nella prevista invasione del Giappone. In Giappone, l’opinione pubblica, invece, tende a sostenere come i bombardamenti siano crimini di guerra perpetrati per accelerare il processo di resa del governo militare giapponese. Universalmente condivisa è comunque la presa di coscienza della gravità dell’evento, che non è più stato replicato.

Antefatti del bombardamento

Robert Oppenheimer e Leslie Groves, i responsabili del “Progetto Manhattan

Gli Stati Uniti, con l’assistenza militare e scientifica del Regno Unito e del Canada, erano già riusciti a costruire e provare una bomba atomica nel corso del Progetto Manhattan, un progetto scientifico-militare teso a costruire l’ordigno atomico prima che gli scienziati impegnati nel Programma nucleare tedesco riuscissero a completare i propri studi per dare a Hitler un’arma di distruzione di massa. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity”, si svolse il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Una bomba di prova, denominata “gadget” fu fatta esplodere con successo. I lanci su Hiroshima e Nagasaki, quindi, furono la seconda e terza detonazione della storia delle armi nucleari.

Il bombardamento sulle due città del Giappone, comunque, non fu la prima volta in cui gli Alleati bombardarono città delle potenze dell’Asse, né la prima volta in cui tali bombardamenti causarono numerose perdite civili. In Germania, ad esempio, il bombardamento di Dresda causò la morte di 130.000 persone e la distruzione di una delle maggiori città d’arte tedesche. L’Italia subì pesanti bombardamenti nelle città di Napoli, Catania, Messina e Bari oltre al quartiere San Lorenzo di Roma che causò oltre 3000 morti in una sola notte. Il bombardamento di Tokyo del marzo del 1945 causò più di 100.000 vittime e danni enormi in termini urbani ed architettonici. Nell’agosto del 1945 altre 60 città giapponesi vennero pesantemente bombardate, e tra le più colpite, oltre a Tokyo, fu senza dubbio Kobe.

In più di tre anni di guerra del Pacifico, gli Stati Uniti avevano perso 400.000 uomini, tra morti, feriti e dispersi. Il mese precedente il bombardamento, la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150.000 civili e militari giapponesi, e la perdita di circa 70.000 soldati americani, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone, ma preoccupava i comandi Alleati, che temevano perdite 3-4 volte superiori, dato l’acceso patriottismo dei soldati giapponesi, crescente a mano a mano che arretravano verso la madrepatria.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America Harry S. Truman, che venne a conoscenza dell’esistenza del Progetto Manhattan solo dopo la morte di Franklin D. Roosevelt, decise di utilizzare la nuova bomba sul Giappone. Nelle sue intenzioni dichiarate, il bombardamento doveva determinare una risoluzione rapida della guerra, infliggendo una distruzione totale e infondendo quindi nel governo giapponese il timore di ulteriore distruzione: questo sarebbe stato sufficiente per determinare la resa dell’Impero giapponese. Il 26 luglio 1945 Truman e gli altri capi di Stato Alleati stabilirono, nella Dichiarazione di Potsdam, i termini per la resa giapponese.

Il giorno seguente, i giornali giapponesi riportarono la dichiarazione, il cui testo venne diffuso anche radiofonicamente in tutto il Giappone, ma il governo militare la respinse. Il segreto della bomba atomica era ancora custodito, e la sua esistenza non venne minimamente accennata nella dichiarazione.

Scelta degli obiettivi

La dislocazione delle due città.

Nel corso di una riunione tenutasi negli Stati Uniti a maggio 1945, vennero suggeriti, come obiettivi, le città di Kyōto, Hiroshima, Yokohama, Kokura e Nagasaki oppure gli arsenali militari. Nel corso della riunione si decise di non utilizzare la bomba atomica esclusivamente su un obiettivo militare, per evitare di mancare l’obiettivo, e quindi “sprecare” la bomba. Nella decisione finale, difatti, dovevano essere tenuti in maggior conto gli effetti psicologici che l’utilizzo della bomba atomica doveva avere sul governo giapponese. Inoltre era opinione diffusa che la nuova bomba dovesse avere un effetto sufficientemente spettacolare affinché fosse riconosciuta a livello mondiale. Alla fine la scelta cadde su Kyōto, noto centro intellettuale giapponese che proprio per questo dopo fu risparmiata e sostituita con Kokura, Nagasaki, e Hiroshima, che ospitava un importante deposito dell’esercito, in cui un’esplosione nucleare avrebbe avuto effetti maggiormente catastrofici dato che le colline che la circondavano avrebbero amplificato l’effetto della bomba.

Hiroshima durante la Seconda guerra mondiale

Nel 1945, Hiroshima era una città di grande importanza militare e industriale. Vi erano anche alcune basi militari nelle vicinanze, come il quartier generale della Quinta Divisione e quello del Maresciallo Shunroku Hata, secondo quartier generale dell’esercito a cui faceva capo l’intero sistema difensivo del Giappone meridionale. Hiroshima era una base minore, dedita al rifornimento e all’appoggio per le forze armate. La città era soprattutto un centro per le comunicazioni, per lo stoccaggio delle merci, e un punto di smistamento delle truppe. Era stata deliberatamente tenuta fuori dalle rotte dei bombardieri, proprio per permettere lo studio degli effetti di una bomba atomica in un ambiente ideale. La priorità per lo sgancio della bomba fu infine data proprio a Hiroshima a fronte della segnalazione che essa era l’unico, tra gli obiettivi, che non avesse al suo interno e nei dintorni campi per i prigionieri di guerra.

Il centro della città conteneva una quantità di edifici di cemento armato, e alcune strutture più leggere. In periferia, l’area era congestionata da una miriade di piccole strutture di legno, usate come locali da lavoro, posizionate tra una casa e l’altra. Alcuni stabilimenti industriali si estendevano non lontano dal limite periferico della città. Le case erano di legno, con soffitti leggeri, e molti edifici industriali avevano a loro volta pareti a incastro di legno. La città nella sua interezza era potenzialmente ad altissimo rischio d’incendio.

La popolazione di Hiroshima aveva raggiunto un picco di 381.000 unità prima della guerra, ma prima del bombardamento atomico la popolazione era rapidamente diminuita a causa di un’evacuazione generale ordinata dal governo giapponese, tanto che il 6 agosto si contavano circa 255.000 abitanti. Si calcola questa cifra sulla base dei dati mantenuti per l’approvvigionamento della popolazione (che era razionato), e le stime sugli operai e sui soldati presenti in città al momento del bombardamento sono, di fatto, molto poco accurate.

Il bombardamento di Hiroshima

Ricostruzione post-guerra di “Little Boy“.

La scelta della data del 6 agosto si basò sul fatto che nei giorni precedenti diverse nubi stratificate coprivano la città, mentre il giorno dell’attacco il tempo era variabile. Va detto che fino all’ultimo non fu chiaro quale città colpire: si pensava ancora a Kokura, ma tutto dipendeva dalle condizioni meteorologiche. Per la scelta fu deciso di far decollare, prima della missione vera e propria, un B-29 senza armamento, il cui compito era quello di indicare al comando la situazione del tempo sopra le città scelte per lo sgancio. Quando gli altri B-29 stavano già volando ricevettero l’ok per bombardare Hiroshima dato che il cielo sopra Kokura era troppo coperto per permettere lo sganciamento. Tutti i dettagli, la pianificazione precisa della tabella di volo, la bomba di gravità, l’armamento della bomba con i suoi 60 kg di 235U (uranio 235), vennero studiati nei minimi dettagli e tutto si svolse così come era stato stabilito a tavolino.

Hiroshima dopo il bombardamento

Circa un’ora prima del bombardamento, la rete radar giapponese lanciò un allarme immediato, rilevando l’avvicinamento di un gran numero di velivoli americani diretti nella zona meridionale del Giappone. L’allarme venne diffuso anche attraverso trasmissioni radio in moltissime città del Giappone, e fra queste anche Hiroshima. Gli aerei si avvicinarono alle coste dell’arcipelago giapponese a un’altezza molto elevata.

Poco prima delle 08:00, la stazione radar di Hiroshima stabilì che il numero di velivoli entrati nello spazio aereo giapponese era basso – probabilmente non più di tre -, perciò l’allarme aereo venne ridimensionato (il comando militare giapponese infatti aveva deciso, per risparmiare il carburante, di non far alzare in volo i propri aerei per le formazioni aeree americane di piccole dimensioni). I tre aeroplani americani erano i bombardieri Enola Gay, The Great Artiste e un altro aereo, in seguito chiamato Necessary Evil (l’unica funzione di questo aereo fu quello di documentare, attraverso una serie di fotografie, gli effetti dell’impiego dell’arma atomica).

Il normale allarme aereo non venne azionato, dato che veniva normalmente attivato solo all’approssimarsi dei bombardieri. Alle 08:15 l’Enola Gay lanciò “Little Boy” sul centro di Hiroshima. L’esplosione si verificò a 580 metri dal suolo, con uno scoppio equivalente a 13 chilotoni di TNT, uccidendo sul colpo tra le 70.000 e le 80.000 persone. Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo.

Testimone oculare del bombardamento di Hiroshima fu il padre gesuita e futuro generale dei gesuiti Pedro Arrupe, che allora si trovava in missione in Giappone presso la comunità cattolica della città e che portò aiuto ai sopravvissuti. Riguardo al bombardamento atomico egli scrisse[2]:

 

« Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8.15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un’esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c’era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un’enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l’effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l’un l’altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l’unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L’esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell’aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l’uno all’altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore »

   

Reazione giapponese al bombardamento

Le ustioni presenti su questa vittima somigliano alle trame del kimono; le aree più chiare del tessuto hanno riflesso l’intensa luce della bomba, provocando minor danno.

L’operatore di controllo di Tokyo della Società Radiotelevisiva Giapponese notò come la stazione di Hiroshima non fosse più in onda. Tentò di ristabilire il programma usando un’altra linea telefonica, ma anche questo tentativo fallì. Circa venti minuti più tardi il centro telegrafico ferroviario di Tokyo si accorse che la linea telegrafica principale aveva smesso di funzionare subito a nord di Hiroshima. Da alcune piccole fermate ferroviarie entro 10 miglia (16 km) dalla città giunsero notizie ufficiose e confuse di una terribile esplosione ad Hiroshima. Tutte queste notizie furono trasmesse ai quartier generali del Comando generale giapponese. Le basi militari cercarono ripetutamente di mettersi in contatto con la Stazione di Controllo dell’Esercito di Hiroshima. L’assoluto silenzio da quella città sconcertò gli uomini dei quartier generali; sapevano che non c’era stata nessuna potente incursione nemica e che ad Hiroshima al momento non c’era nessun ragguardevole deposito di esplosivi. Un giovane ufficiale del Comando generale giapponese fu incaricato di volare immediatamente ad Hiroshima, atterrare, rilevare i danni e quindi tornare a Tokyo con informazioni attendibili per il comando. Nei quartier generali c’era la sensazione diffusa che non fosse accaduto nulla di serio, che si stesse esagerando la portata di un problema di dimensioni limitate. L’ufficiale del comando andò all’aeroporto e decollò in direzione sud-ovest. Dopo circa tre ore di volo, quando mancavano ancora circa 100 miglia (160 km) ad Hiroshima, l’ufficiale e il suo copilota videro una grande nuvola di fumo provocata dalla bomba. Nel chiaro pomeriggio, stavano bruciando le macerie di Hiroshima. Il loro aereo raggiunse presto la città, attorno alla quale volavano increduli. Una grande cicatrice sul terreno ancora ardente e coperta da una spessa nuvola di fumo era tutto ciò che era rimasto. Atterrarono a sud della città e l’ufficiale del comando, dopo aver comunicato con Tokyo, cominciò immediatamente ad organizzare le operazioni di soccorso.

A Tokyo, le prime informazioni di ciò che aveva realmente causato il disastro vennero dall’annuncio pubblico della Casa Bianca a Washington, sedici ore dopo l’attacco nucleare ad Hiroshima.

L’avvelenamento da radiazione e le necrosi provocarono malattie e morti successive al bombardamento per circa il 20% di coloro che erano sopravvissuti all’esplosione iniziale. Alla fine del 1945, ulteriori migliaia di persone morirono per via dell’avvelenamento da radiazioni, portando il totale di persone uccise ad Hiroshima nel 1945 a circa 350.000. Da allora molte migliaia di persone morirono per cause legate alle radiazioni. Questa cifra include tutti coloro che si trovavano in città al momento dell’esplosione o che furono successivamente esposti al fallout ed erano morti prima di tale censimento.

Sopravvivenza di alcune strutture

Il Peace Dome oggi.

Alcuni degli edifici in cemento armato ad Hiroshima erano costruiti in modo molto resistente per via del pericolo di terremoto in Giappone e le ossature di questi edifici non crollarono, sebbene si trovassero molto vicino al centro della zona danneggiata della città. Al momento della detonazione in aria della bomba atomica, l’esplosione si riversò verso il basso più che lateralmente, il che favorì maggiormente la sopravvivenza della Sala della Prefettura per la Promozione Industriale, ora comunemente conosciuta come Genbaku, o Cupola della bomba-A, progettata e realizzata dall’architetto ceco Jan Letzel, che si trovava a pochi metri da ground zero (le sue rovine furono chiamate Monumento della Pace di Hiroshima e vennero rese un sito Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 1996, nonostante le obiezioni degli Stati Uniti e della Cina).

Eventi del 6-9 agosto

Dopo il bombardamento di Hiroshima, il Presidente Truman annunciò: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall’alto, come mai se ne sono viste su questa terra». L’8 agosto 1945 furono lanciati volantini e furono dati avvertimenti al Giappone da Radio Saipan (la zona di Nagasaki non ricevette volantini di avvertimento fino al 10 agosto, nonostante la campagna di avvertimento continuasse dall’inizio del mese).

Un minuto oltre la mezzanotte del 9 agosto, ora di Tokyo, l’Armata Rossa lanciò un’offensiva verso la Manciuria con oltre 1.500.000 uomini, 26.137 cannoni, 5.556 mezzi corazzati e 5.000 aeroplani. Quattro ore dopo, il governo di Tokyo venne formalmente informato che l’Unione Sovietica aveva rotto il patto di neutralità e dichiarato guerra all’Impero giapponese secondo gli accordi intercorsi con gli alleati di aprire il nuovo fronte entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. Gli ufficiali anziani dell’Esercito Imperiale Giapponese inizialmente sottovalutarono la portata dell’attacco sovietico, ma ben presto decisero di imporre la legge marziale, di concerto con il Ministro della Guerra Anami, per arrestare chiunque avesse tentato di firmare una pace.

La pianificazione per il secondo attacco venne stabilita dal colonnello Tibbets, in qualità di comandante del 509° Gruppo bombardieri di base a Tinian. Inizialmente previsto per l’11 agosto contro Kokura, l’attacco venne anticipato di 2 giorni per le pessime condizioni meteorologiche previste dopo il 10 agosto.

Nagasaki durante la seconda guerra mondiale

Urakami Tenshudo (una chiesa cattolica di Nagasaki) distrutta dalla bomba atomica e con la cupola rovesciata.

La città di Nagasaki era uno dei maggiori porti del Giappone meridionale, di grande importanza bellica a causa delle sue diversificate attività industriali, che spaziavano nella produzione di munizioni, navi, equipaggiamenti militari e altri materiali bellici.

Contrariamente alla Nagasaki moderna, la gran parte delle abitazioni era costruita con una struttura in legno, o addirittura interamente in legno, e con i tetti in mattonelle. Molte delle piccole industrie e dei vari stabilimenti inoltre ospitavano nelle vicinanze alloggi per gli operai in legno, quindi facilmente infiammabili, e ovviamente non in grado di sostenere l’esplosione di bombe, men che meno nucleari. La città inoltre si era sviluppata senza piano regolatore, come consuetudine del modello urbano nipponico, cosicché le case molto spesso erano adiacenti ai fabbricati industriali.

Fino allo sgancio della bomba atomica Nagasaki non era mai stata sottoposta a bombardamenti su larga scala. Il 1 agosto 1945, tuttavia, un certo numero di bombe ad alto potenziale era stato sganciato sulla città, più precisamente sui cantieri navali e sul porto, nella parte meridionale, e sulla “Fabbrica d’Acciaio e d’Armi Mitsubishi”, mentre sei bombe caddero sull'”Ospedale e Scuola medica di Nagasaki”, e altre tre nelle immediate vicinanze di quest’ultima struttura. Anche se i danni procurati da questo bombardamento furono assai modesti, tuttavia crebbe in città la preoccupazione tra la popolazione, e molti decisero di abbandonare il paese per rifugiarsi in campagna, riducendo in tal modo il numero di abitanti presenti al momento dell’attacco nucleare.

A nord di Nagasaki erano inoltre presenti campi per prigionieri di guerra britannici, impegnati a lavorare nelle miniere a cielo aperto di carbone. Alcune fonti parlano di 8 prigionieri morti a seguito dello sgancio della bomba nucleare a Nagasaki.

Il bombardamento di Nagasaki

Ricostruzione post-bellica di “Fat Man“.

La mattina del 9 agosto 1945 l’equipaggio del BOCKSCAR, il bombardiere designato per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata “Fat Man“, alla volta di Kokura, l’obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l’obiettivo, e dopo tre passaggi sopra la città, e ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l’aereo venne dirottato sull’obiettivo secondario, Nagasaki. Intorno alle 07:50 ora di Tokyo, il silenzio sulla città giapponese venne squarciato dall’allarme aereo, allarme che durò fino alle 08:30, quando cessò. Alle 10:53 i sistemi radar giapponesi segnalarono la presenza di solo due bombardieri, e il comando giapponese ritenne che si trattasse solamente di aerei da ricognizione, e non venne lanciato nessun allarme.

Poco dopo, alle 11:00, l’osservatore del bombardiere, creduto aereo di ricognizione, sganciò gli strumenti attaccati a tre paracadute: questi strumenti contenevano dei messaggi diretti al professore Ryokichi Sagane, fisico nucleare dell’Università Imperiale di Tokyo che aveva studiato all’Università di Berkeley assieme a tre degli scienziati responsabili della bomba atomica, perché informasse la popolazione dell’immane pericolo che stavano per correre. I messaggi vennero ritrovati dalle autorità militari ma non furono consegnati.

Effetti della bomba atomica su Nagasaki.

Alle 11:02, alcuni minuti dopo aver iniziato a sorvolare Nagasaki, il capitano avvistò visivamente, così come era stato ordinato, il nuovo obiettivo. Tuttavia ancora una volta le nubi nascosero l’obiettivo. Dato che non era pensabile tornare indietro e rischiare un ammaraggio a causa della mancanza di carburante con un’atomica armata a bordo, il comandante decise, in contrasto con gli ordini, di accendere il radar in modo da individuare l’obiettivo anche attraverso le nubi. Così “Fat Man“, che conteneva circa 6,4 kg di plutonio-239, venne sganciata sulla zona industriale della città. La bomba esplose a circa 470 metri d’altezza vicino a fabbriche d’armi; a quasi 4 km a nord-ovest da dove previsto. Questo “sbaglio” salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti, dato che la bomba cadde nella Valle di Urakami.

Tuttavia il computo delle vittime rimase drammaticamente elevato. Secondo la maggior parte delle valutazioni, circa 40.000 dei 240.000 residenti a Nagasaki vennero uccisi all’istante, e oltre 55.000 rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno alle 80.000 persone, incluse le persone esposte alle radiazioni nei mesi seguenti.

Reazione giapponese al bombardamento

I superstiti del bombardamento vennero chiamati hibakusha (被爆者), una parola giapponese che significa letteralmente “persona esposta alla bomba”. Superstiti e soccorritori divennero il nucleo del pacifismo giapponese del dopoguerra, e da allora il paese nipponico è diventato paladino dell’abolizione delle armi nucleari in tutto il mondo. Durante il periodo post-bellico, si utilizzò questo termine al posto di “sopravvissuti” per non esaltare la vita, cosa che all’epoca sarebbe stato considerato come una grave mancanza di rispetto nei confronti dei molti morti. Nel 2006 si stima che siano ancora 266.000 gli hibakusha ancora in vita in Giappone.

Dibattito sul bombardamento

L’utilizzo delle armi atomiche nell’opinione pubblica e in quella degli studiosi fu un avvenimento molto controverso che generò sentimenti differenti, alcuni favorevoli, altri d’opposizione nei confronti della scelta. Ancora oggi il peso morale dell’azione statunitense è oggetto di molti dibattiti.

Favorevoli all’impiego dell’arma atomica

Nagasaki prima e dopo il bombardamento del 9 agosto 1945, con l’indicazione di ground zero, il punto in cui scoppiò la bomba atomica.

I sostenitori del bombardamento, sebbene ammettano che la classe dirigente civile in Giappone mandasse con cautela e discrezione comunicati diplomatici fin dal gennaio 1945, successivamente all’invasione di Luzon nelle Filippine, fanno notare come gli ufficiali militari giapponesi fossero unanimemente contrari a qualsiasi negoziazione prima dell’utilizzo della bomba atomica.

Mentre alcuni membri della classe dirigente civile utilizzarono canali diplomatici segreti per dare vita ad una negoziazione di pace, non potendo da soli negoziare una resa o addirittura un cessate il fuoco. Il Giappone, in quanto Monarchia Costituzionale, avrebbe potuto intervenire in un accordo di pace solo con il consenso unanime del governo giapponese, il quale era dominato dai militari dell’Esercito Imperiale e della Marina Imperiale, tutti inizialmente contrari a qualsiasi accordo di pace. Si sviluppò così uno stallo di tipo politico tra i capi giapponesi militari e quelli civili, che vedeva i militari sempre più determinati a combattere, nonostante i costi e le scarse probabilità di vittoria. In molti continuarono a credere che il Giappone potesse negoziare termini di resa maggiormente favorevoli continuando ad infliggere numerose perdite alle forze nemiche, così da portare a termine la guerra senza un’occupazione del Giappone o un cambiamento di governo.

Lo storico Victor Davis Hanson evidenzia l’aumentata resistenza giapponese, benché futile in retrospettiva dato che era sempre più chiaro che l’esito della guerra non poteva essere rovesciato dalle potenze dell’Asse. La battaglia di Okinawa mostrò questa determinazione nel combattere a tutti i costi. Più di 120.000 giapponesi e 18.000 statunitensi vennero uccisi nella più sanguinosa battaglia del teatro del Pacifico, solo 8 settimane prima della resa finale del Giappone. In realtà, ci furono più morti nella battaglia di Okinawa che nei primi istanti seguenti lo scoppio delle due bombe atomiche. Quando l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone l’8 agosto 1945, e portò avanti l’operazione Tempesta d’Agosto, l’Esercito Imperiale Giapponese ordinò alle sue mal equipaggiate e indebolite forze in Manciuria di combattere fino all’ultimo uomo. Il maggiore generale Masakazu Amanu, capo delle operazioni al Quartier generale imperiale, dichiarò che era assolutamente convinto che le opere difensive, iniziate all’inizio del 1944, potessero respingere qualsiasi invasione Alleata delle isole giapponesi con perdite minime. I giapponesi non si sarebbero arresi facilmente a causa della loro forte tradizione di orgoglio e onore. Molti seguivano il codice dei Samurai e avrebbero combattuto fino alla morte del loro ultimo uomo.

Dopo aver realizzato che la distruzione di Hiroshima fu causata da un’arma nucleare, la classe dirigente civile ottenne maggior forza per la sua opinione secondo cui il Giappone doveva riconoscere la sconfitta e accettare i termini della Dichiarazione di Potsdam. Anche dopo la distruzione di Nagasaki, l’Imperatore in persona dovette intervenire per porre fine all’impasse nel gabinetto.

Secondo alcuni storici giapponesi, i capi civili che caldeggiavano la resa videro nei bombardamenti atomici la loro salvezza. L’esercito si rifiutava incrollabilmente di arrendersi, così come i militari del gabinetto di guerra (siccome il gabinetto funzionava per consenso unanime, anche un solo contrario poteva impedire l’accettazione della dichiarazione). La fazione per la pace prese quindi i bombardamenti come nuovo argomento per imporre la resa. Koichi Kido, uno dei più stretti consiglieri dell’Imperatore Hirohito, dichiarò: «Noi del partito della pace fummo aiutati dalla bomba atomica nel nostro tentativo di porre fine alla guerra». Hisatsune Sakomizu, il capo segretario di gabinetto nel 1945, definì i bombardamenti «un’opportunità d’oro data dal cielo al Giappone per porre fine alla guerra». Secondo questi e altri storici, la classe dirigente civile pro pace fu in grado di usare la distruzione di Hiroshima e Nagasaki per convincere i militari che nessuna quantità di coraggio, abilità e combattimento impavido poteva aiutare il Giappone contro il potere delle armi atomiche. Akio Morita, fondatore della Sony e ufficiale della marina giapponese durante la guerra, conclude anch’egli che fu la bomba atomica e non i bombardamenti convenzionali dei B-29 a convincere l’esercito giapponese ad accettare la pace.

I sostenitori dei bombardamenti fanno inoltre notare che l’attesa della resa giapponese non era un’opzione priva di costi: a causa della guerra, i non combattenti morivano in tutta l’Asia a un ritmo di circa 200.000 al mese. I bombardamenti incendiari avevano ucciso più di 100.000 persone in Giappone dal febbraio 1945, direttamente o indirettamente. Quel massiccio bombardamento convenzionale sarebbe proseguito prima di un’invasione. Il blocco sottomarino e le operazioni di minamento dell’Operazione Starvation avevano sensibilmente ridotto le importazioni giapponesi. Un’ operazione complementare contro le ferrovie giapponesi stava per prendere il via, isolando le città dell’Honshu meridionale dal cibo che cresceva in altre parti del Giappone. Questo, combinato con il ritardo nei rifornimenti di assistenza degli Alleati, avrebbe potuto risultare in un maggior numero di vittime per il Giappone, a causa di carestia e malnutrizione, rispetto a quello che si ebbe con gli attacchi. «Immediatamente dopo la sconfitta, alcuni stimarono che 10 milioni di persone erano probabilmente destinate a morire di fame», notò lo storico Daikichi Irokawa. Nel frattempo, in aggiunta agli attacchi sovietici, vennero programmate delle offensive per settembre nella Cina meridionale e in Malesia.

Gli statunitensi fecero una previsione sulla perdita di soldati nella prevista invasione del Giappone, anche se il vero numero di morti e feriti stimati è soggetto a qualche dibattito e varia a seconda delle stime dalla persistenza e affidabilità della resistenza giapponese e secondo che si consideri che gli statunitensi avrebbero invaso solo Kyushu nel novembre 1945 o invece che si sarebbe reso necessario un successivo sbarco nei pressi di Tokyo, previsto per il marzo 1946. Anni dopo la guerra, il Segretario di Stato James Byrnes sostenne che mezzo milione di vite americane sarebbe andato perso, e tale numero è stato ripreso da molti, ma nell’estate del 1945 i pianificatori militari statunitensi prevedevano 20.000–110.000 morti in combattimento per l’iniziale invasione del novembre 1945, con all’incirca un numero da tre a quattro volte superiore di feriti (il numero totale di morti in combattimento per gli USA su tutti i fronti della seconda guerra mondiale era di 292.000). Comunque, queste stime vennero fatte usando informazioni che sottostimavano di molto la forza giapponese che venne raccolta per la battaglia di Kyushu, in numero di soldati e kamikaze, per almeno un fattore tre. Molti consiglieri militari sostennero che lo scenario peggiore poteva coinvolgere fino a un milione di vite statunitensi, tenendo anche conto di un’eventuale accanita resistenza da parte dei civili (fra i quali era stato diffuso un programma di lotta in caso di invasione con qualsiasi mezzo, da armi da fuoco a canne di bambù) e lotta partigiana fanatica contro gli invasori.

Oltre a ciò, la bomba atomica velocizzò la fine della seconda guerra mondiale in Asia, liberando centinaia di migliaia di cittadini occidentali, compresi circa 200.000 olandesi e 400.000 indonesiani (Romusha) dai campi di concentramento giapponesi. Senza contare che le truppe giapponesi avevano commesso atrocità contro milioni di civili (come l’infame massacro di Nanchino), e l’anticipata fine della guerra impedì ulteriori spargimenti di sangue.

I sostenitori evidenziano inoltre un ordine dato dal Ministero della Guerra giapponese il 1° agosto 1944. L’ordine riguardava l’esecuzione di tutti i prigionieri di guerra Alleati, che erano oltre 100.000, se una invasione del Giappone avesse avuto luogo (è anche probabile che, considerato il precedente trattamento giapponese dei prigionieri di guerra, se gli Alleati avessero atteso affamando il Giappone, i giapponesi avrebbero ucciso tutti i prigionieri di guerra Alleati e i prigionieri cinesi).

Rispondendo all’argomentazione per cui l’uccisione di civili su vasta scala era immorale e un crimine di guerra, i sostenitori dei bombardamenti hanno sostenuto che il governo giapponese aveva dichiarato la guerra totale, ordinando a molti civili (compresi donne e bambini) di lavorare in fabbriche e uffici militari e di combattere contro qualsiasi forza invadente. Padre John A. Siemes, professore di filosofia moderna all’Università Cattolica di Tokyo, e testimone dell’attacco atomico su Hiroshima scrisse:

 

« Abbiamo discusso tra noi l’etica dell’uso della bomba. Alcuni la considerano nella stessa categoria dei gas venefici ed erano contrari all’uso sulla popolazione civile. Altri erano dell’opinione che nella guerra totale, come era portata avanti dal Giappone, non c’era differenza tra civili e soldati, e che la bomba stessa fu una forza effettiva che tendeva a porre fine allo spargimento di sangue, avvertendo il Giappone di arrendersi evitando quindi la distruzione totale. Mi sembra logico che colui che sostiene la guerra totale in principio non possa lamentarsi della guerra contro i civili. »

   

Come ulteriore argomentazione contro l’accusa di crimine di guerra, alcuni sostenitori dei bombardamenti hanno evidenziato l’importanza strategica di Hiroshima, come base della II Armata giapponese, e di Nagasaki, come principale centro di produzione delle munizioni.

Alcuni storici hanno anche sostenuto che gli Stati Uniti desideravano porre fine alla guerra rapidamente per minimizzare le potenziali acquisizioni sovietiche di territorio controllato dai giapponesi, ragion per cui inoltre a volte si sostiene che il bombardamento atomico -soprattutto per quanto riguarda Nagasaki il 9 agosto, dato che il giorno prima, l’8 agosto, la Manciuria era stata invasa dall’esercito russo- sia stato il primo atto della guerra fredda: oltre ad arginare la loro espansione, il bombardamento sarebbe stato così una dimostrazione di forza nei confronti dei sovietici ed un monito a livello militare. Gli americani, superati dai russi nella Battaglia di Berlino agli inizi di maggio, non sarebbero ancora arrivati secondi.

Infine, i sostenitori indicano anche i piani giapponesi, ideati dalla loro Unità 731, di lanciare aerei kamikaze riempiti di pulci infestate con la peste, per infettare la popolazione di San Diego (California). La data doveva essere il 22 settembre 1945, anche se non vi sono sicurezze ed appare poco probabile che il governo giapponese avrebbe permesso di distogliere così tante risorse dagli scopi difensivi, nella difficile situazione logistica in cui versava.

Per quanto riguarda l’Italia è da ricordare l’appoggio dato all’azione degli americani da parte de l’Unità, organo ufficiale dell’allora Partito Comunista Italiano, all’indomani dello sgancio delle bombe. Il 10 agosto 1945, infatti, pubblicò un articolo dal titolo Al Servizio della civiltà che così recitava: Le notizie che l’Aviazione americana ha usato la bomba atomica sono state accolte in certi ambienti con senso di panico e con parole di riprovazione. Questo ci sembra uno strano complesso psicologico, una formale obbedienza ad un astratto umanitarismo.

Oppositori all’impiego dell’arma atomica

 

Il cenotafio del Parco della Pace di Hiroshima reca iscritta una frase ambigua: «Riposate in pace, perché questo sbaglio non sarà ripetuto». Questa costruzione, naturale nella lingua giapponese, intendeva commemorare le vittime di Hiroshima senza politicizzare la questione.

Il Progetto Manhattan era stato originariamente concepito per contrastare il programma atomico della Germania nazista, e con la sconfitta tedesca diversi scienziati che lavoravano al progetto sentirono che gli Stati Uniti non dovevano essere i primi a usare una tale arma. Due dei principali critici del bombardamento furono Albert Einstein e Leo Szilard, che assieme avevano spronato la prima ricerca sulla bomba nel 1939 con una lettera scritta a quattro mani indirizzata al presidente Franklin D. Roosevelt per poi cambiare idea una volta saputo dell’effettivo potere distruttivo della bomba (inizialmente Einstein sottovalutò questa capacità). Szilard, che in seguito avrebbe giocato un ruolo importante nel Progetto Manhattan, sostenne:

 

« Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra, e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati. »

   

Nei giorni precedenti il loro uso, molti scienziati (incluso il fisico nucleare statunitense Edward Teller) sostennero che il potere distruttivo della bomba poteva essere dimostrato senza fare vittime, per esempio sganciando la bomba in una zona non abitata del Giappone come “avvertimento” nei confronti del governo giapponese. Questa soluzione però non ottenne favori perché avrebbe comportato il consumo a vuoto di una bomba (erano costose e richiedevano tempi lunghi per la loro costruzione) e non vi erano certezze che un tale “test” non avrebbe invece informato i giapponesi del pericolo spingendoli ad allertarsi ancora di più per cercare di intercettare un’eventuale missione di attacco atomico.

I bombardamenti, assieme ad altri attacchi ai civili, si potevano ritenere violazioni della Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907, che erano state ratificate dal Senato degli Stati Uniti nel 1902 e nel 1908. La Convenzione dell’Aja del 1907 concernente le leggi e gli usi della guerra per terra, vigente all’epoca, recitava all’art. 25: “È vietato di attaccare o di bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi“.

L’esistenza di resoconti storici che indicano che la decisione di usare le bombe atomiche venne presa allo scopo di provocare una resa anticipata del Giappone tramite l’uso di un potere impressionante, unita all’osservazione che le bombe vennero usate di proposito su obiettivi che includevano dei civili, ha fatto si che alcuni commentatori osservassero che l’evento fu un atto di terrorismo di stato. Lo storico Robert Newman, che è a favore della decisione di sganciare le bombe, prese l’accusa di terrorismo di stato abbastanza seriamente da replicare che la pratica del terrorismo è giustificata in alcuni casi.

Alcuni hanno sostenuto che i giapponesi erano già sostanzialmente sconfitti, e quindi l’uso delle bombe non era necessario. Il generale Dwight D. Eisenhower consigliò così il Segretario alla Guerra Henry L. Stimson, nel luglio del 1945. L’ufficiale più alto in grado nel Teatro del Pacifico, generale Douglas MacArthur, non venne consultato in anticipo, ma disse in seguito che sentiva che non ci fosse giustificazione militare per i bombardamenti. La stessa opinione venne espressa dall’Ammiraglio di Flotta William D. Leahy (Capo di Stato maggiore del Presidente), dal generale Carl Spaatz (comandante delle Forze Aeree Strategiche statunitensi nel Pacifico), dal Brigadiere generale Carter Clarke (ufficiale dei servizi segreti militari che preparò i telegrammi giapponesi intercettati per gli ufficiali statunitensi); dall’Ammiraglio Ernest King, (Capo delle Operazioni Navali statunitensi), e dall’Ammiraglio di Flotta Chester W. Nimitz (Comandante in Capo della Flotta del Pacifico).

Eisenhower scrisse nelle sue memorie The White House Years:

 

« Nel 1945 il Segretario alla Guerra Stimson, visitando il mio quartier generale in Germania, mi informò che il nostro governo stava preparandosi a sganciare una bomba atomica sul Giappone. Io fui uno di quelli che sentirono che c’erano diverse ragioni cogenti per mettere in discussione la saggezza di un tale atto. Durante la sua esposizione dei fatti rilevanti, fui conscio di un sentimento di depressione e così gli espressi i miei tristi dubbi, prima sulla base della mia convinzione che il Giappone era già sconfitto e che sganciare la bomba era completamente non necessario, e in secondo luogo perché pensavo che il nostro paese dovesse evitare di sconvolgere l’opinione pubblica mondiale con l’uso di un’arma il cui impiego era, pensavo, non più obbligatorio come misura per salvare vite americane. »

   

L’Indagine degli Stati Uniti sul Bombardamento Strategico, dopo aver intervistato centinaia di civili e militari giapponesi dopo la resa del Giappone, riportò:

 

« Basata su investigazioni dettagliate di tutti i fatti, e supportata dalla testimonianza dei leader giapponesi sopravvissuti coinvolti, è opinione dell’Indagine che certamente prima del 31 dicembre 1945, e con tutta probabilità prima del 1° novembre 1945, il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra, e anche se nessuna invasione fosse stata pianificata o contemplata. »

   

Comunque, si deve notare che l’indagine assunse che continuati attacchi al Giappone, con ulteriori vittime dirette o indirette, sarebbero stati necessari per costringere alla resa entro le date menzionare di novembre o dicembre.

Altri asseriscono che il Giappone aveva cercato di arrendersi per almeno due mesi, ma gli USA rifiutarono insistendo su una resa incondizionata. In effetti, mentre diversi diplomatici favorivano la resa, i capi dell’esercito giapponese erano impegnati a combattere una “battaglia decisiva” su Kyushu, sperando che avrebbero potuto negoziare termini migliori per un armistizio in seguito (cosa che gli statunitensi sapevano dalla lettura delle comunicazioni giapponesi intercettate). Il governo giapponese non decise mai quali termini, oltre la conservazione di un sistema imperiale, avrebbe accettato alla fine della guerra. Ancora il 5 agosto, il Consiglio Supremo era diviso, con i sostenitori della linea dura che insistevano che il Giappone dovesse smobilitare le proprie forze, senza processi per crimini di guerra e senza occupazione. Solo l’intervento diretto dell’Imperatore Hirohito pose fine alla disputa, dopo che si tentò pure un colpo di stato militare per impedire la resa.

Quella che in origine era la Sala della Prefettura per la Promozione Industriale, e stata oggi trasformata nel Memoriale della pace di Hiroshima. La bomba atomica vi esplose quasi sopra.

Secondo un’altra critica, gli Stati Uniti avrebbero dovuto aspettare un breve periodo per valutare gli effetti dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti sapevano, al contrario del Giappone, che l’Unione Sovietica aveva accettato di dichiarare guerra al Giappone tre mesi dopo la vittoria in Europa. Tale attacco venne in effetti lanciato l’8 agosto 1945. La perdita di qualsiasi possibilità che l’Unione Sovietica potesse servire da mediatore neutrale per un negoziato di pace, accoppiata all’entrata in combattimento dell’Armata Rossa (il più grande esercito attivo del mondo), avrebbe potuto essere sufficiente a convincere i militari giapponesi del bisogno di accettare i termini della Dichiarazione di Potsdam (oltre a qualche condizione per l’Imperatore). Poiché nessuna invasione statunitense era imminente, si è sostenuto che gli Stati Uniti non avevano niente da perdere nell’aspettare diversi giorni per vedere se la guerra poteva essere cessata senza l’uso della bomba atomica. Come avvenne, la decisione di arrendersi del Giappone venne presa prima che la portata dell’attacco sovietico alla Manciuria, all’Isola di Sakhalin e alle Isole Kurili fosse noto, ma se la guerra fosse continuata, i sovietici sarebbero stati in grado di invadere Hokkaido ben prima dell’invasione alleata di Kyushu. Altre fonti giapponesi hanno affermato che gli stessi bombardamenti atomici non furono la ragione principale della capitolazione. Essi sostengono invece che furono le rapide e devastanti vittorie sovietiche sul continente nella settimana seguente la dichiarazione di guerra che spinsero al messaggio di resa del Giappone il 15 agosto 1945.

Diverse organizzazioni hanno criticato i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki su basi morali. Per citare un esempio, un rapporto del 1946 del Concilio Nazionale delle Chiese intitolato Guerra atomica e fede cristiana include il seguente passaggio:

 

« In quanto cristiani americani, siano profondamente pentiti per l’irresponsabile uso già fatto della bomba atomica. Abbiamo concordato che, qualunque sia il giudizio che si può avere della guerra in principio, i bombardamenti a sorpresa di Hiroshima e Nagasaki sono moralmente indifendibili. »

   

Anche la scelta di utilizzare bersagli civili anziché militari è stata spesso criticata. Da una parte i militari statunitensi erano ansiosi di utilizzare le bombe atomiche sulle città per poter verificare al meglio le potenzialità di un ordigno nucleare sul campo di battaglia, dall’altra c’è da rimarcare che gli USA stavano già portando avanti una politica di massicci attacchi incendiari su obiettivi civili in Giappone. Durante questi attacchi il 20% degli esplosivi aveva lo scopo di spezzare le strutture di legno degli edifici mentre il restante 80%, composto da piccole bombe incendiarie, dava fuoco alle città. Tali raid distrussero completamente molte città giapponesi (compresa Tokyo) ancor prima dell’utilizzo di armi atomiche. Questi tipi di bombardamenti vennero condotti a causa del fatto che l’industria giapponese era estremamente dispersa tra gli edifici civili, con tante piccole fabbriche a conduzione familiare operanti in mezzo alle abitazioni.

Primo atto della Guerra Fredda

Autorevoli studiosi hanno affermato che i bombardamenti atomici non solo miravano ad una pronta resa del Giappone, ma costituivano altresì un velato monito all’alleato sovietico. La resa del Giappone prima del concordato intervento sovietico in Estremo Oriente non solo avrebbe evitato la creazione di diverse zone d’occupazione, come era avvenuto in Germania, ma si sarebbe altresì privata l’U.R.S.S. di pegni territoriali da far valere al tavolo della pace. Sarebbe stata altresì l’ostentazione spettacolare di una nuova potenza distruttrice data dalla combinazione dell’aviazione strategica e dell’arma nucleare. Fattori non posseduti dall’U.R.S.S., potenza essezialmente terrestre e ritenuta molto vulnerabile ai bombardamenti strategici. In altre parole: bilanciare lo strapotere sovietico terrestre con la minaccia di una ritorsione spaventosa contro la quale non apparivano possibili difese. In tale logica va inquadrato il laconico accenno di Truman a Stalin, a Potsdam, ad una nuova arma ed il fatto che l’incursione su Hiroshima avvenne prima dello spirare del termine concordato per l’intervento sovietico in Estremo Oriente.

Dibattito sui reali effetti del bombardamento atomico

Sugli effettivi risultati ottenuti con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki i pareri sono discordi.

Secondo Franco Bandini il debutto militare dell’energia atomica si risolse in un sostanziale fiasco poiché le pre-studiate condizioni nelle quali avvennero i due lanci furono quelle ideali e pressoché irripetibili di un laboratorio. In particolare Bandini sottolinea che l’attacco poté avvenire in quanto non vi era nessun contrasto antiaereo, la popolazione era impreparata e per motivi squisitamente urbanistici: le città giapponesi erano altamente incendiabili, essendo prive o quasi di edifici in cemento, e gli stessi incendi furono appiccati più dalle tipiche stufe a carbonella giapponesi che dall’onda termica dell’esplosione nucleare. Tutto questo, sempre secondo Bandini, non sarebbe potuto assolutamente accadere invece a una città tedesca, francese o italiana.

Tsutomu Yamaguchi

Tsutomu Yamaguchi (1916), un giapponese di 93 anni, è stato riconosciuto come l’unica persona ad essere sopravvissuta al bombardamento atomico sia di Hiroshima che di Nagasaki, in entrambi i casi infatti si trovava entro il raggio di 3 km dall’esplosione (sopravvissuto al primo evento senza gravi ferite ritorna a Nagasaki, sua città natale poche ore prima che sganciassero la bomba sulla città). Yamaguchi ha avuto già un certificato “hibakusha” o superstite di radiazione.

1 commento »

  1. Ho trovato questa relazione completa e ben fatta sia dal punto di vista storico che storiografico! I dati in essa contenuti spero potranno dare un grande contributo alla mia tesina di maturità sulla bomba atomica. Grazie mille!!!:)

    Commento di Anonimo | 10 giugno 2011 | Rispondi


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